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📖 CODEX

22 episodi

Il libro completo della saga del Compagnopardo. Materiale di riferimento per ogni livello, ogni boss, ogni quote.

Capitolo 1

IIl Fuoco della Militanza· Aprile 2023
L'aria del Campus di Bari era carica di quell'energia sospesa tipica della primavera: il vento tiepido si infilava tra i viali alberati, portando con sé il brusio delle conversazioni tra gli studenti, il fruscio dei libri sfogliati all'aperto, il suono delle biciclette che attraversavano il piazzale. Tont camminava con passo deciso, le mani affondate nelle tasche della giacca, lo sguardo rivolto oltre le vetrate dell'edificio. Aveva un obiettivo preciso: *ottenere il pass auto per entrare nel campus senza dover parcheggiare a chilometri di distanza.* Non si considerava un militante, né tantomeno un rivoluzionario. Gli avevano detto che quelli di Link erano la chiave per risolvere il problema, e tanto bastava. Quando aprì la porta di Zona Franka, il mondo intorno a lui cambiò. L'odore di caffè bruciato e carta stropicciata aleggiava nell'aria. Le pareti erano tappezzate di manifesti, ritagli di articoli di giornale, slogan scritti a pennarello che parlavano di diritti, rappresentanza, lotta studentesca. Un tavolo centrale era sommerso da fogli, laptop, bottiglie d'acqua e qualche lattina di birra dimenticata dalla sera prima. Seduti in cerchio, una decina di ragazzi discutevano animatamente, intercalando frasi politiche con battute e risate complici. A spiccare su tutti era Michelle, la coordinatrice. Occhi svegli, postura sicura, un'aria di chi sapeva esattamente come tenere insieme quell'orda disordinata di compagni. Appena lo vide entrare, lo scrutò con un sorriso a metà tra il curioso e l'indagatore. — *"E tu chi sei?"* Tont si schiarì la voce. — *"Mi hanno detto che per il pass auto devo candidarmi come rappresentante."* Un attimo di silenzio, poi una risata generale. Rosanna, una ragazza dai capelli ricci raccolti in una coda alta, si voltò verso di lui con un sorrisetto divertito. — *"Ah, ecco uno che sa negoziare. Però, compagno, qui dentro non si viene solo per i pass."* — *"Ma già che ci sei, puoi anche candidarti. Che dici?"* intervenne Giampaolo

Personaggi: Tont · Compagnopardo · Michelle · Meritz · Vittoria · Sven · Fra · Giampaolo · Alessandro · Luis · Rosanna

IIAmore e Lotta· Maggio 2023
Le giornate di primavera si allungavano e il sole riscaldava i cortili del campus, ma per Tont il tempo sembrava scorrere in modo diverso. Le elezioni erano alle porte, e la vita da studente si era trasformata in una frenesia di banchetti, volantini e discussioni infinite. Ogni mattina, prima ancora di bere il primo caffè, era già davanti ai cancelli con i compagni, pronto a fermare studenti, convincerli, spiegare loro l'importanza di votare. E quando le lezioni finivano, Zona Franka diventava il centro operativo della campagna elettorale: mappe con i plessi da coprire, turni per volantinare, liste di studenti ancora da convincere. Era stancante, ma Tont si sentiva parte di qualcosa di grande. Fu in quei giorni che iniziò a conoscere meglio Meritz. Non era solo una compagna di lotta: c'era qualcosa in lei che lo attraeva, un'energia che lo spingeva a cercare la sua compagnia anche fuori dalle riunioni. Passavano i pomeriggi a Bari Vecchia, parlando di tutto, dalle ingiustizie dell'università ai sogni per il futuro. E poi arrivò il Bari Pride 2023. Quel giorno, sotto il sole cocente di giugno, Tont e Meritz marciavano fianco a fianco, con Fra e Sven accanto a loro, fieri e sorridenti. Le bandiere arcobaleno sventolavano nell'aria, la folla intonava cori di lotta e libertà, e lui sentiva per la prima volta che stava davvero vivendo qualcosa di importante. Quella sera, dopo il Pride, dopo aver baciato Fabio, mentre i compagni festeggiavano a Zona Franka, Tont e Meritz si allontanarono, camminando lentamente per le strade della città. — *"Ti sei mai chiesto perché lottiamo così tanto?"* gli chiese lei, guardandolo con quel suo sguardo profondo. — *"Forse perché non sappiamo stare fermi."* Meritz sorrise. — *"O forse perché sappiamo che, senza lotta, non saremmo niente."* Fu un'estate intensa, fatta di pomeriggi a Bari, notti passate a parlare fino all'alba, sguardi complici durante le assemblee. Ma, come ogni estate, anche questa ebbe la sua fine. A luglio,

Personaggi: Tont · Lisoform · Meritz · Sven · Fra

IIIIl crollo del Compagnopardo
All'inizio sembrava solo un gioco. Lisoform, con quella sua voce nitida, con lo sguardo che ti scivolava dentro come una lama dolce, sembrava intoccabile. Non si lasciava leggere facilmente: cambiava tono ogni tre parole, sfuggiva alle domande dirette, rideva solo quando le conveniva. Ma Tont, ancora con le ferite fresche di Meritz addosso, fu travolto. Non dalla sua bellezza — ché quella era ovvia — ma da ciò che in lei era sfida, mistero, incanto. Era il 5 settembre 2023, la simulazione per ForPsiCom. Una giornata torrida, con l'asfalto che tremolava e le matite che si spezzavano nervosamente tra le mani degli studenti in fila. Lei arrivò all'improvviso, camminando con una sicurezza che sembrava rubata da un altro secolo. Tont la guardò. Solo un attimo. Ma tanto bastò. Il giorno dopo erano già al telefono. Due giorni dopo si scrivevano ogni notte. Tre giorni dopo si appartenevano. E non si trattava di una relazione, no. Era una sorta di possessione. Tont non si riconosceva più allo specchio: rideva senza motivo, si svegliava con il batticuore, si perdeva nei dettagli — le sue mani, il tono di voce quando parlava del padre, l'ossessione per i kinder bueno, che, con tanta gioia, Tont gli portava ogni giorno. Iniziò a mentire ai compagni: "Sto studiando", diceva, quando in realtà era sdraiato sul letto a guardare il soffitto, pensando a come incastrare due vite così diverse. Ma mentre lui cadeva sempre più a fondo, Lisoform galleggiava leggera. C'era, sì. Ma come c'è il vento: lo senti, ti attraversa, ma non puoi mai afferrarlo. Eppure Tont la rincorreva ovunque. Perdeva pezzi. Sonno, concentrazione, assemblee. E quando Peppe Sguera venne proposto per il coordinamento, Tont disse "sì" senza esitare. Lo stimava, lo credeva giusto. Ma Vittoria, che fino a quel momento era stata il suo equilibrio nella militanza, si fece di pietra. Non parlò. Non litigò. Ma si eclissò. Una sera, a Zona Franka, lui le disse: "Non ti sto tradendo, sto solo cercando di capire chi sono

Personaggi: Tont · Lisoform · Meritz · Vittoria · Peppe Sguera

IVIl tramonto di una militanza, l'alba di un nuovo sole· Luglio 2024
Il caldo tagliava l'aria come una lama stanca. I palazzi del campus tremavano nella foschia e i corridoi, un tempo animati da risate e slogan, ora sembravano deserti pieni di echi. Tont attraversava quel silenzio con passo lento, quasi trascinato, come chi non sa se sta tornando o andando via. Era cambiato tutto. Non c'erano più Meritz e i suoi sorrisi di fuoco, né Lisoform con le sue frasi taglienti, né Vittoria con la sua agenda colorata e lo sguardo che un tempo bastava a fargli sentire di avere un posto nel mondo. C'erano solo i resti. E la polvere. Fu allora che conobbe Esrabitta, in biblioteca, sopra una presa condivisa. Una battuta scambiata per noia, un caffè condiviso per sbaglio, e poi il primo silenzio che non pesava. Esrabitta non faceva domande, non chiedeva impegni. Era una parentesi. Una tregua. Un luogo dove il cuore poteva riposare senza spiegarsi. Con lei, Tont imparò il valore dell'ambiguità: notti intere passate a guardare film muti, colazioni improvvisate in terrazzo, conversazioni senza trama. Non si amavano. Si curavano. E forse, in quel momento, era tutto ciò che serviva. Ma anche le tregue, a volte, finiscono male. **Giugno.** Una frase sbagliata, una leggerezza imperdonabile. Una risata che non doveva esserci. Tont non urlò. Non disse nulla. Si vestì piano. E se ne andò. Non tornò mai più. **Settembre 2024.** Il Coordinamento cambiava volto. Michelle lasciava. Veniva proposto Catalano. Tont, tornato da poco dalla consultazione, riproduse il nome come si ascolta una sentenza. "No," disse. "Non è il momento. Non è la persona." Anche se Catalano fosse riuscito a chiudere le liste e a candidare in tutto il Campus, qualcosa mancava, o meglio, qualcuno. Ma le sue parole si perdevano tra chiacchiere leggere, piani a breve termine, e nuovi volti troppo giovani per ricordare. Catalano fu scelto. L'armonia cominciò a spegnersi. La vecchia guardia si era sparsa. Alcuni laureati, altri persi nella stanchezza. I nuovi non sape

Personaggi: Tont · Compagnopardo · Michelle · Lisoform · Meritz · Vittoria · Sven · Esrabitta · Catalano

Capitolo 2

IZona Franka, la tenda rossa
Era sera. Una di quelle in cui Bari sembrava sospesa. Né calda né fredda. Né viva né spenta. Tont tornava a Zona Franka dopo settimane. Non c'era un motivo chiaro, solo un'inquietudine che gli si era piantata nello stomaco. Lavorava già da remoto per Deloitte, ma ogni tanto il pensiero tornava lì: al bilocale con le sedie scompagnate e l'odore di carta e rivoluzione. Aprì la porta. Tutto sembrava normale. Zaini buttati a terra, qualche pc acceso, voci in fondo all'auletta. Ma c'era una cosa nuova. Una tenda rossa. Nel bagno. Pesante, vellutata, come uscita da un teatro. Sopra, scritta a mano con un pennarello nero: "Solo per chi ha qualcosa da capire." Tont si fermò. La osservò. Un brivido lo attraversò come una corrente. Fece un passo. Allungò la mano. Ma una voce lo fermò. "Non lo fare da sole." Si voltò. Lì, tra la penombra e l'odore di umidità, sedeva un uomo. Giacca stropicciata, sigaro acceso, bicchiere di whisky in mano. Lo riconobbe subito: Michele Cera, compagno di Foggia, leggendario fumatore di sigari e depositario di mille racconti tramandati oralmente nei corridoi dell'Unione. "Tu sei Tont," disse. "E stai per iniziare un viaggio che nessun contratto a tempo indeterminato potrà mai cancellare." Tont non disse nulla. Si limitò a chinare il capo. "Là dietro," continuò Michele, indicando la tenda, "c'è l'inizio della fine. E anche il contrario." Entrarono. Il bagno sparì. La tenda si richiuse da sola, come le porte che sanno che non rivedranno chi è appena passato. E cominciò la discesa. Il pavimento si inclinò. Le pareti si fecero trasparenti. Il tempo si piegò su se stesso. E Zona Franka svanì, lasciando spazio al buio. ---

Personaggi: Tont · Michele · Michele Cera

IICerchio I: Frollino, il finto compagno
Il primo cerchio puzzava di carta stampata e ideologia rinchiusa. Una stanza d'aula senza finestre, con le pareti tappezzate di citazioni stampate male: Lenin, Marx, Bordiga. E lì, al centro, su un trono fatto di verbali inutilizzati e volantini mai distribuiti, **Frollino**. Il suo vero nome era Luca Formicola, ma da anni era noto solo così. Frollino. Come il biscotto. Duro all'apparenza, friabile all'interno. Un personaggio grottesco, teatrale, sempre troppo compiaciuto per accorgersi del ridicolo. Appena vide Tont, spalancò le braccia. "Finalmente! L'ospite d'onore! Vieni a dibattere sul materialismo dialettico applicato ai collettivi digitali!" Tont lo fissò. Nessuna emozione. Aveva pensato di odiarlo. Ma lì, in quel posto di condanna, sentiva solo pena. "Davvero ti sei costruito questo teatrino anche all'Inferno?" Frollino si alzò. Aveva un microfono in mano. Finto. Inutile. Ma lo reggeva come un'arma. "Compagno, io sono la Storia! Tu non puoi immaginare il livello a cui io ho riflettuto!" Tont si voltò verso Michele, che fino a quel momento era rimasto in disparte, appoggiato a una colonna di faldoni. Il compagno di Foggia accese lentamente un sigaro. Una boccata, poi parlò. "Luca," disse, con calma. "Sai qual è il tuo problema?" Frollino si bloccò. "Tu hai confuso il concetto con la concretezza. Hai studiato ogni rivoluzione, ma non hai mai spostato una sedia. Hai letto tutto su Gramsci, ma non hai mai ascoltato una compagna piangere perché si sentiva sola dopo una riunione." Il silenzio cadde come un drappo. Tont fece un passo avanti. "Ti sei creduto elite, ma sei solo un monologo. Nessuna collettività vive dove non si ascolta." Frollino non rispose. Rimase lì. Con le braccia aperte. A recitare per nessuno. Michele soffiò via una nuvola di fumo. "Il girone dei compagni innamorati solo di se stessi. Li abbiamo lasciati fare troppo. E ora eccoli qui." ---

Personaggi: Tont · Michele · Frollino

IIICerchio II: Enzo, l'esilio degli ideali
L'aula magna era immersa in un silenzio denso, quasi solido. Le luci fioche disegnavano ombre lunghe sulle sedie vuote, come se i fantasmi di antiche assemblee stessero ancora aspettando di essere convocati. Tont entrò senza rumore, i passi ovattati sul pavimento consumato. L'odore era quello di carta vecchia e polvere di gesso. Al centro, in piedi, Enzo. Vestiva la felpa grigia dell'Unione, quella con il logo appena visibile, scolorita dal tempo e dalla vergogna. Era fermo. Gli occhi fissi sul palco vuoto. Non si voltò subito. Non fece scenate. Solo quando Tont si avvicinò, parlò. "Pensavo non saresti venuto." Tont lo guardò. "Pensavo non ti avrei più visto." Silenzio. Enzo si sedette lentamente sulla prima fila, come se il gesto stesso gli costasse anni. "Da quanto tempo è?" chiese. "Da troppo," rispose Tont. "Ma non sono qui per i numeri. Sono qui per capire." Enzo abbassò lo sguardo. Le mani tremavano appena. "Non c'è molto da capire. C'è da accettare. E da chiedere scusa." Michele Cera avanzò dalle retrovie. La sua voce, ruvida e ferma, ruppe il silenzio con dolcezza feroce. "Lo ammetti?" "Sì." "Te ne penti?" "Ogni giorno." Tont si sedette accanto a lui. "E allora perché?" La voce di Enzo era roca. "Per paura. Per debolezza. Per orgoglio. Perché pensavo che il mio ruolo mi rendesse intoccabile. Pensavo che il fine giustificasse ogni mezzo." Tont non disse nulla. Lo guardava, e quello che vedeva non era un mostro, ma un uomo spezzato. "Mi sveglio ancora la notte," continuò Enzo, "ripensando a quel momento. A quello che ho fatto. A quello che ho detto. E ogni volta, in quel sogno, provo a fare diversamente. Ma poi mi sveglio. Ed è tardi." Michele si accese un sigaro. Il fumo salì lento, come le parole che seguivano. "Questa è la condanna degli irredenti: non l'essere puniti, ma l'essere dimenticati. E tu, Enzo, sei stato grande. Ma sei caduto. E hai perso la cosa più importante che può avere un compagno: la fiducia degli altri." Enzo annuì, lentam

Personaggi: Tont · Michele · Michele Cera · Enzo

IVCerchio III: Titti, il peso sugli altri
Il terzo cerchio stringeva. Letteralmente. Pareti troppo vicine, soffitto basso, luci al neon che pulsavano come cuori stanchi. L'aria era spessa, come in una stanza chiusa da giorni. Il suono delle penne che grattano sulla carta era continuo, nervoso, inarrestabile. Foglie di verbali ovunque. Ogni centimetro del muro tappezzato di mozioni, convocazioni, circolari. Seduta perfetta, col busto rigido e la mascella serrata, **Titti**. La penna che scorreva rapida sul taccuino, lo sguardo che sembrava inamovibile. Non un gesto. Non una smorfia. Solo controllo. "Eccoti," disse, senza distogliere lo sguardo dalla pagina. "Sapevo che prima o poi saresti arrivato." Tont si avvicinò. Ma i documenti si facevano più spessi sotto i suoi piedi. Camminava su strati di burocrazia. "Lei… è crollata anche per colpa tua," disse piano. "Tu le hai chiesto tutto. Sempre. Le hai tolto il diritto di respirare." "Era una rappresentante," rispose Titti, alzando appena lo sguardo. "Non una bambina." "Era una persona," sibilò Tont. "Una ragazza. Aveva paura. Dubbi. Stanchezza. Ma tu la volevi perfetta. Impeccabile. Sempre presente. E quando barcollava, tu stringevi." Dal fondo della stanza, una voce risuonò come una campana scordata. **Michele Cera**, con la giacca poggiata su una pila di verbali, si fece avanti, sigaro tra le dita. "Questo è il cerchio di chi ha fatto del dovere una gabbia. Non basta essere efficienti. Non basta rispettare le scadenze. Il militante non è un automa, Titti. È un corpo che trema, una testa che si perde, un cuore che si spezza." Titti lo guardò. Una sola lacrima, asciutta. Poi chinò la testa. "E tu, Tont," disse lei, "tu l'hai lasciata sola. Quando lei crollava… dov'eri?" Tont rimase fermo. Michele lo guardò, e non disse nulla. Silenzio. Poi, improvvisamente, la stanza tremò. Un boato lontano. Un suono profondo, viscerale. Come di carne che si apre, di metallo che si piega. Una parete si disfece. E davanti ai loro occhi, **una visione**. Uno squa

Personaggi: Tont · Michele · Michele Cera · Michelle · Titti · Palmieri · Luigi Palmieri

VIl custode del Purgatorio
Il chiarore era tiepido, lattiginoso. Un sole pallido filtrava da finestre che non si riuscivano a distinguere. Non c'erano pareti, ma confini. Non c'erano muri, ma limiti. Tutto sembrava sospeso in una luce che non accecava, ma nemmeno consolava. Tont e Michele si trovarono su una scalinata in pietra, larga, leggermente curva, che saliva verso un edificio familiare e impossibile: **una Zona Franka rivestita di nebbia**, come se fosse un ricordo che cerca di riformarsi, ma continua a sfuggire. "Tont," disse Michele, "benvenuto nel luogo di quelli che non sono né dannati né salvati. Quelli che non hanno distrutto, ma neppure costruito abbastanza. Quelli che ci hanno provato. E forse… ancora ci provano." Salivano in silenzio. Ogni gradino pesava come un interrogativo. Fu allora che lo videro. Seduto su una panca in ferro battuto, davanti alla porta di Zona Franka-Purgatorio, **Gegè**. La sigaretta tra le labbra, lo sguardo perso nel vuoto, una camicia aperta e un blocco appunti pieno di scarabocchi, nomi, diagrammi. Tont si fermò. Gli occhi gli si fecero lucidi. "Lui… è stato uno dei pochi che ho stimato davvero." Gegè alzò lo sguardo, e sorrise. Non sorpreso. Non emozionato. Solo lucido. "Tony," disse, senza alzarsi. "Ti aspettavo. E no, non sei morto. Sei solo cambiato." Michele si mise accanto a lui, gli offrì il sigaro. Gegè lo rifiutò. "Qui non si brucia più niente," disse. "Si sedimenta." Tont si avvicinò, si sedette. Un silenzio lungo, pesante. Poi parlò. "Non ho mai capito… perché." "Cosa?" "Tu eri l'unico con cui si poteva parlare. Ragionare. Confrontarsi. Eppure ti circondavi di persone che non sapevano ascoltare. Che parlavano per assiomi, che si sentivano portatori di verità rivelata anche quando dicevano sciocchezze." Gegè fece un sorriso breve, stanco. "Lo so." "E allora perché?" "Perché non avevo scelta." Michele si alzò. "Tont," disse, "ogni zona franca è fatta di anime libere e bestie ferite. Chi la guida… spesso deve tenere insieme le

Personaggi: Tont · Michele

VIVittoria, l'ombra che resta
Il cammino nel Purgatorio aveva il suono del fiato corto, dei passi lenti su scale che sembravano fatte di sale. Ogni tanto, una voce lontana. Ogni tanto, un pensiero che bussava alla mente. Michele camminava davanti, la giacca slacciata, lo sguardo dritto. Tont lo seguiva, ma qualcosa gli pesava dentro. Una presenza che non riusciva a nominare, ma che premeva da troppo tempo sotto la pelle. Poi, la videro. **Vittoria.** Sedeva su una panca di pietra chiara, sotto un albero che non faceva ombra. Aveva lo sguardo rivolto a un punto indefinito, le mani intrecciate sulle ginocchia, la postura di chi è rimasta troppo tempo in silenzio per abituarsi a parlare. Tont si bloccò. Fu come ricevere un colpo allo stomaco. Non per rabbia. Per tutto quello che quella scena *riportava*. Michele si fermò qualche passo più avanti. Lo guardò, ma non parlò. Tont la osservava. Quella era lei. E non lo era più. "Non sei all'Inferno," disse piano, quasi per sé. "Ma non sei neanche tornata." Vittoria si voltò. Nessun sorriso. Nessun rimorso. Solo uno sguardo lucido, come chi ha appena finito di piangere e non vuole ricominciare. "Ciao Tont." Quella voce. Quella calma. Quella finta leggerezza. Per un istante, tutto tornò. Le assemblee in piedi con la schiena curva, il caldo di giugno 2023, quando si erano lasciati entrambi con le loro rispettive storie e si erano stretti in un abbraccio lungo, muto, pieno di frasi non dette. Il doposcuola, le risate con i bambini, le battute sussurrate tra una fotocopia e l'altra. "Tu sbatti forte i piedi quando cammini." "E tu pieghi male i volantini." Risero tanto, allora. Si sentivano invincibili. Sorretti da qualcosa di più grande. Da un'amicizia fatta di rispetto e cura, di cene condivise in silenzio, di messaggi nel cuore della notte con scritto solo: "Ci sei?" E poi. Poi la distanza. Il freddo. Il nulla. "Te ne sei andata," disse Tont. "Ma non te ne sei andata davvero." Vittoria abbassò lo sguardo. "Non ce la facevo più. Ma non volevo

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VIIAlesia, l'approssimazione della verità
La discesa nell'arena era finita. La luce del combattimento si era spenta, e con essa il fragore dei cori, il clangore delle armi, il sapore acre della sconfitta. Tont aprì gli occhi. Era di nuovo lì. Nel Purgatorio. Ma qualcosa era cambiato. Non c'era più salita. Solo **una lunga curva pianeggiante**, morbida, piena di vento. Il paesaggio sembrava scolpito in carta millimetrata. Griglie ovunque, diagrammi sospesi in aria, curve che danzavano senza toccarsi. Silenzio. Poi, seduta su un masso di funzioni implicite, con una biro in bocca e lo sguardo rivolto verso un orizzonte che non esisteva… **Alesia**. Tont si fermò. "Sei tu?" Lei si voltò. Sorrise. "Dipende da cosa intendi per 'io'." Tont scoppiò a ridere. Una risata secca, di stanchezza. "Sono stanco, Alesia. Ho bisogno di risposte." Lei lo guardò, piegò le gambe e si fece spazio accanto. "E perché pensi di meritarle ora?" Tont si sedette. "Perché ho fatto domande. Ho resistito. Ho cercato il senso. E adesso sono qui." Alesia guardava in alto, come se ci fosse una lavagna nel cielo. "O forse sei qui perché non sai stare altrove." Tont sospirò. "Perché tutti se ne vanno, Alesia? Perché chi mi ha insegnato a restare, poi sparisce?" Lei prese un sassolino e lo lanciò nel vuoto. Il sasso disegnò una parabola perfetta. "E tu, Tont? Quando sei sparito per la prima volta, chi ti ha chiesto dove fossi?" Lui tacque. "Vedi," disse Alesia, "le domande che facciamo… valgono solo se siamo disposti a essere oggetto delle stesse." Silenzio. "Ma allora… tutto questo ha senso?" "Cosa intendi per senso?" "Che sia servito." "A chi?" "A me." "E tu sei il tuo solo criterio di utilità?" Tont si alzò. Stanco. Infastidito. "Non ce la faccio. Ho scalato l'inferno. Ho guardato dentro me stesso. Ho creduto. Ho perso. E ora… rispondi. Perché sei qui?" Alesia si voltò. "Perché qui non c'è nessuna risposta che non implichi un'altra domanda." Poi si alzò anche lei. "Ogni domanda che hai… è un'approssimazione. Come

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VIIIL'auletta della memoria
Fu una luce a prenderlo per mano. Non una luce qualunque, ma *la* Luce: calda, avvolgente, familiare. Non lo abbagliava, non lo guidava con imposizione: lo chiamava. E Tont, il Compagnopardo, non poteva che seguirla. Attraversarono silenzi e sogni sfilacciati, costeggiarono memorie sopite sotto il peso dei giorni, e infine si fermarono. Un luogo noto, ma impreciso. Le pareti avevano lo stesso bianco vissuto, lo stesso odore lieve di plastica e umanità condivisa. Ma ci mise qualche istante a riconoscerlo davvero. Era l'auletta UDU in Campus. Il suo regno dimenticato. Il ventre caldo dell'organizzazione, il rifugio, il palco e la culla. Tont rimase in piedi, immobile. Si guardò le mani: erano trasparenti. Il suo corpo, ora spirito osservante, non poteva interagire. E nemmeno gli altri, a quanto pareva, potevano vederlo. L'auletta era vuota. O quasi. C'erano le sedie, le locandine sbiadite ancora appese, la stampante che mai aveva funzionato a dovere, e quel divano che sembrava sempre troppo piccolo per tutti ma abbastanza largo per accogliere ogni crisi e ogni abbraccio. Poi, con una naturalezza che aveva il sapore della primavera, entrarono loro: **Vittoria e Michelle**. Ridenti, esaltate, vive. Avevano in mano un cartellone con la scritta "*CE L'ABBIAMO FATTA!*". Le elezioni si erano concluse, e la lista aveva trionfato. "Stasera si brinda, compagna!" esclamava Vittoria, battendo un cinque così forte da sembrare eterno. Poco dopo, uno dopo l'altro, entrarono tutti. **Giampaolo**, con i suoi fogli sparsi e la battuta pronta. **Alessandro**, occhi vispi e passo sicuro. **Luis**, col sorriso aperto e la voce che sapeva sempre rendere le cose leggere. **Merits**, discreta, che si sedeva in un angolo e subito attirava attorno a sé la confidenza di tutti. E poi lui. Tont stesso. Il Tont del passato, con la felpa rossa e lo zaino buttato in un angolo. Un po' spettinato e coi capelli bianchi, con lo sguardo stanco ma luminoso. Rideva. Rideva di cuore. Il Tont spe

Personaggi: Tont · Compagnopardo · Michelle · Vittoria · Giampaolo · Alessandro · Luis

IXL'illuminazione del Pardo
Il silenzio dell'auletta, rarefatto e dorato dalla luce del tramonto, sembrava avvolgere ogni superficie come un velo di memoria. Tont era seduto sulla sedia in fondo a destra, quella che una volta condivideva con Sven durante le riunioni fiume, e davanti a lui scivolavano le immagini dei momenti più belli della sua militanza: la foga delle elezioni del 2023, le urla e i cori, il batticuore dei risultati letti ad alta voce. Poi l'arrivo della gang di Barletta, con Ale Mini a guidarla come una tempesta: voci nuove, accenti spigolosi, ma lo stesso fuoco negli occhi. E poi ancora i pomeriggi spesi a discutere, a litigare, a riflettere, tra una pizzetta e un verbale, con chi sentiva il sindacato come casa. Era lì, assorto in un presente sospeso tra passato e futuro, quando una luce si accese. Non era un bagliore violento: era calda, quieta, quasi materna. Tont non fu sorpreso. Come se la stesse aspettando da tempo. «Hai percorso il viaggio che dovevi affrontare», disse la luce, con voce che pareva un'eco di mille voci conosciute — Fra, Sven, Cera, Meritz, anche quelle di chi era passato solo per un semestre ma aveva lasciato un'impronta. Tont si alzò lentamente. «Perché io? Perché diventare... il Compagnopardo?» «Perché altrimenti saresti rimasto solo una macchina. Un contenitore di nozioni, un altro nome in elenco. Avresti appreso, sì, ma senza vivere. E vivere, Tont, vuol dire lasciarsi cambiare. Affrontare il dissenso, il fallimento, la responsabilità. Vuol dire conoscere chi ti spezza e chi ti ricompone, chi ti spiega il significato di un'assemblea anche solo con uno sguardo.» Tont abbassò lo sguardo. Gli tornò in mente quando, timido e spigoloso, entrò per la prima volta a Zona Franka. Quando chiamava la militanza "una cosa che provo". Quando, a ogni errore, pensava di non essere all'altezza. La luce proseguì: «Ora sai muoverti. Sai leggere il non detto. Sai quando è il momento di ascoltare e quando quello di parlare. Hai appreso la grammatica della comunità,

Personaggi: Tont · Compagnopardo · Meritz · Sven · Fra · Ale Mini

XZona Franka
Zona Franka brillava di quella luce particolare che solo certi momenti collettivi riescono a generare. Era giugno, e il caldo si faceva sentire anche tra quelle mura spesse e consunte, ma non erano i ventilatori rotti a far sudare i presenti: era l'ansia, la confusione, la sensazione di essere sul punto di qualcosa senza sapere cosa. L'assemblea pre-pride 2025 era in corso, un cerchio di sedie disordinate, fogli sparsi, pronome corretti ma emozioni fragili. Tont arrivò in silenzio, accompagnato dalla Luce. Nessuno sembrò notarlo: eppure, era lì. In piedi, appoggiato allo stipite della porta, le braccia conserte, lo sguardo che attraversava i corpi e cercava le intenzioni. Volti nuovi. Tutti. Gli storici, quelli che l'avevano cresciuto, erano ormai alle prese con i loro tirocini, le tesi, le vite. E quei volti nuovi, ora, erano smarriti. Avevano la rabbia giusta ma la direzione sbagliata. Intervenivano per dire cose belle, ma si guardavano tra loro come se aspettassero un segnale che non arrivava. Tont chiuse gli occhi. Iniziò a pensare. *La ruota è tornata a girare. È tutto come due anni fa. Nuove generazioni, stessi errori. Non c'è un metodo, solo istinto. Non c'è cura, solo urgenza. E nel frattempo la dirigenza, quella vera, quella che gioca a fare i grandi, continua a preoccuparsi solo di mantenere i propri equilibri, di riscrivere la storia con parole ben dette ma vite mal vissute.* *Ridono, fanno meme, usano parole come "orizzontalità" e "cura", ma poi lasciano la base sguarnita, le riunioni vuote, i più giovani senza rotta. E intanto qui, a Zona Franka, si continua a sopravvivere. Non vivere, sopravvivere. Sperando che qualcuno arrivi. Che qualcuno si prenda la briga di insegnare.* Guardò una compagna con le unghie mangiucchiate e il foglio del Pride scritto in stampatello. Aveva paura di intervenire. Lo capì dallo sguardo. Tont la fissò e pensò a quante volte, in quel posto, qualcuno gli aveva detto: *"Fallo tu, tanto sei bravo."* E a quante volte lui a

Personaggi: Tont

CrossoverL'Arena del Rettore
Nel mezzo della salita, la pietra del Purgatorio si sgretolò sotto i piedi del Compagnopardo. Un lampo. Un suono metallico. Un buco nella realtà. Tont cadde. Cadde per metri, forse anni, forse righe di verbali. Poi si fermò. Aprì gli occhi. Non era più nel Purgatorio. Era in piazza Cesare Battisti. O meglio… in ciò che ne restava. L'Ateneo si era trasformato in un'arena. Colonne di facoltà trasformate in spalti. Stendardi delle associazioni in fiamme. Il pavimento: un disco rotante scolpito con gli articoli dello Statuto. In alto, un megaschermo fluttuante: > **ELEZIONI DEL RETTORE – COMBATTIMENTO FINALE – UN SOLO VINCITORE** Michele Cera apparve accanto a lui, senza spiegazioni, come sempre. Sigaro acceso, sguardo fermo. "L'arena è stata convocata," disse. "E ora si lotta davvero." **⚔️ L'Entrata dei Candidati** Cinque portoni si aprirono. Da uno uscì Palmieri, armato di una clava cromosomica e uno scudo fatto di slide scientifiche. Da un altro Ponzio, con toga fluttuante e lancia semantica. Poi De Caro, su un cinghiale cibernetico, in armatura da rodeo accademico. Poi Bellotti, in mantello tachionico, bastone quantico, occhi che riflettevano solo formule. Infine, tra applausi veri e speranze sincere, Caivano. Mantello cucito con vecchi striscioni. Penna-stocco in pugno. Uno zaino pieno di raccolte firme. Tont strinse i pugni. "Io sto con lui." **🔥 La battaglia** Il gong suonò, e l'arena esplose. Palmieri lanciava microdroni a forma di proteine, che si attaccavano ai vestiti e facevano decadere i dati personali. Ponzio creava campi dialettici che rallentavano il pensiero logico degli avversari. De Caro guidava il cinghiale urlando in dialetto: "QUANDO IO C'AVEVO GLI ZOCCOLI TU MANCAVI DI CFU!" Bellotti… osservava. Caivano si muoveva come il vento. Colpiva con frasi costruite in assemblea. Ogni fendente era una proposta. Ogni parata, un diritto. Michele sussurrava: "Combatte come chi ha letto ogni verbale. E lo ha vissuto."

Personaggi: Tont · Compagnopardo · Michele · Michele Cera · Caivano · Bellotti · Palmieri · Ponzio · De Caro

Capitolo 3

IIl risveglio
**Lunedì, sveglia alle 8:00.** Tont si alza e dopo la colazione si piazza al computer aziendale per prepararsi agli *Stand-Up* mattutini col team. **Insomma**, nonostante la vita del Compagnopardo fosse sempre stata **al servizio degli altri**, *per gli altri*, la consulenza lo aveva **divorato**. Non riusciva più a piantare nelle persone che incontrava quel seme che, con la dovuta cura e dedizione, aiutasse a far germogliare la parte migliore di loro. **Sentiva** che qualcosa mancasse. I Compagni — ormai li vedeva raramente. I momenti chiuso a **Zona Franka** a studiare come far prevalere i diritti degli studenti erano solo un ricordo lontano. La nuova generazione non sentiva *l'impronta della Zampa del Compagnopardo*: sembravano vagare decisi, militanti e per una giusta causa, ma non era così. Si era tornati come un tempo, il **paraocchi** era di nuovo su e si seguiva l'esecutivo senza farsi domande. **Oltre a tutto ciò**, Tont aveva dimenticato come ci si sentiva quando era **Lui** la risposta alle necessità. Ormai stava scrivendo la tesi con una splendida Dottoranda che gli aveva rapito il cuore, ma... *il suo cuore apparteneva a qualcun altro*. **Forze oscure** presidiavano il Campus all'inizio dell'Anno Accademico 2025/2026. Una nuova *associazione verde* tentava di infiltrarsi al Dipartimento di Informatica come se nulla fosse, come se non ci fosse un Compagnopardo a difenderla. E infatti, non vi era... **Onde evitare rappresaglie** contro **Cambiare Rotta**, si era giunti addirittura a fare manifestazioni e cortei coordinati che — nonostante sfociassero in risse — si sperava dessero un segnale d'intesa su ciò che era, per Tont, un tema che aveva *veramente* a cuore. **Radere tutto al suolo.** Questo è quello che stava compiendo il governo sionista Israeliano che, da essere genocidato, era diventato **genocida**. Tont non poteva accettarlo. Lui, *portatore di Diritti e Militanza*, poteva lasciare che quei bambini venissero mutilati senza motivo? Che que

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IIL'approdo
**Lontani** erano ancora dalla Palestina. La **Global Pardum Flotilla**, indetta dal Compagnopardo, era a poche ore dal *blocco navale Israeliano*. Tont ricordò ciò che era accaduto al blocco Navale Ateniese 2000 anni prima in Megaride, ma pensò che sarebbe stato impossibile replicarlo. Così si preparò a **combattere**. **«Israeliani!»** Urlò un Compagno. Salirono a bordo una decina di uomini, tutti incappucciati. Il Compagnopardo *non esitò*: sguainò la sua **lama nascosta** e iniziò a combattere uno a uno i soldati. Uno lo uccise con un colpo secco alla gola, l'altro venne infilzato per tre volte all'altezza dell'addome, finché il Compagnopardo non venne **colpito** a una spalla e cadde in acqua, inerme... **Sabbia, sabbia e ancora sabbia.** Tont riaprì gli occhi. Un ragazzo lo stava asciugando, un ragazzo dalla vaga somiglianza di un vecchio compagno che ora faceva parte di *Cambiare Rotta* — ma lasciamo stare. Tont era stato aiutato da quegli abitanti di ormai una **terra devastata**, che non avevano più nulla, ma non si soffermò su questo. Partì. La sua missione fino ad allora l'aveva tenuta per sé. **Otto notti** nel deserto trascorse il Compagnopardo. Era diretto in una campagna poco fuori **Gerusalemme**, dove tanto tempo fa il suo predecessore *Pardo Altair* aveva sconfitto *Roberto de Sablé*, per trovare qualcosa che, forse, avrebbe potuto aiutarlo a recuperare ciò che voleva *veramente*... **Flashback del passato.** Il suo *DNA Pardo* gli stava giocando brutti scherzi ma, una volta arrivato in quel posto dove un tempo sorgeva l'accampamento dei **cavalieri templari**, iniziò a scavare, scavare e scavare. Ed eccolo lì: **l'anello** che una volta collegava Roberto de Sablé e Maria Thorpe, una reliquia dal *potere immane*, ma che avrebbe utilizzato quando sarebbe servito. **Oltre tutto**, alla fine la guerra in Palestina si fermò pochi giorni dopo grazie al presidente **Trump**. Tont era ormai rientrato in Italia. **Risse e cortei** finirono, ma il pia

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IIIIl giardiniere e il ladro di stagioni
**C'era un giardino**, in un punto del cammino che non stava né nell'Inferno né nel Purgatorio. Un giardino giovane, ancora indeciso su che tipo di fiori diventare. In quel giardino crescevano **due alberi** molto vicini. Non intrecciati, non ancora. Ma così prossimi che le radici, sotto terra, già si sfioravano *senza saperlo*. Uno dei due alberi era **inquieto**. Sentiva la linfa salire troppo in fretta, aveva paura che il vento lo piegasse prima del tempo. L'altro era **paziente**, ma aspettava un segno, un mutamento dell'aria, una parola che non arrivava. E poi… nel giardino comparve il **Custode delle Ombre**. Non piantava, non curava. Camminava tra i rami contando i frutti degli altri, e quando ne vedeva uno acerbo, lo prendeva con sé, *non per mangiarlo*, ma per tenerlo. *"Qui crescerai meglio,"* diceva. *"Qui il tempo non ti farà male."* **Ma il tempo**, senza sole, *imputridisce*. **Il Compagnopardo** osservava da lontano. Non interveniva subito. Non era suo costume strappare le mani a nessuno. Aspettava il momento in cui *l'equilibrio si incrina*. Quando vide il Custode stendere l'ombra sul tronco dell'albero inquieto, capì che era **tempo di muoversi**. Non con la forza. *Con l'astuzia.* Si avvicinò al Custode con passo leggero, come fanno i viandanti che non vogliono lasciare impronte. *"Bel giardino,"* disse. *"Ma dimmi: hai mai visto una stagione che si lascia possedere?"* Il Custode sorrise. *"Le stagioni appartengono a chi le sa fermare."* Il Compagnopardo annuì, come se fosse d'accordo. Poi indicò il cielo. *"Guarda,"* disse. *"Sta cambiando il vento."* Il Custode si voltò. E mentre guardava altrove, il Compagnopardo **cominciò a raccontare**. Raccontò di *inverni* che si fingevano eterni e poi crollavano in una notte. Di *primavere* che arrivavano solo quando nessuno le stava aspettando. Di *alberi* che avevano perso tutto per paura di perdere qualcosa. Il Custode ascoltava. Era affascinato. Non capiva perché, ma sentiva il bisogno

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IVQuando il giardino cambia pendenza
Il giardino era lo stesso. Eppure, non lo era più. Gli alberi crescevano ancora nello stesso punto, ma il terreno sotto di loro aveva cambiato inclinazione. Così poco che nessuno se ne sarebbe accorto, se non chi era abituato a osservare a lungo. Uno dei due alberi aveva cominciato a seguire una luce diversa. Non più quella che scaldava, ma quella che chiamava. I rami si allungavano senza toccare nulla, le foglie si aprivano in direzioni che non incontravano risposta. L'altro albero restava. Non immobile, ma fedele al ritmo che conosceva. Assorbiva il sole quando arrivava, la pioggia quando cadeva, e anche l'ombra che ormai durava di più. Il Compagnopardo tornò nel giardino senza annunciare il passo. Non cercava spiegazioni, ma continuità. Vide che i rami non si sfioravano più come prima. Non perché si fossero allontanati, ma perché crescevano in tempi diversi. Quando il vento passava, uno degli alberi lo seguiva, l'altro lo lasciava scorrere. E così, lentamente, le foglie smisero di cadere nello stesso momento. **Non ci fu frattura.** Solo una sfasatura. Le radici, sotto terra, restavano intrecciate, ma non tiravano più nella stessa direzione. Come mani che si tengono pur sapendo di non poter camminare insieme. Il Compagnopardo capì. Non c'era colpa. Non c'era mancanza. C'era solo una crescita avvenuta senza accordo. Si sedette ai margini del giardino e restò finché il sole cambiò colore. Sapeva che certi alberi, anche separati, continuano a riconoscersi dal modo in cui reagiscono alla pioggia. E che ciò che li aveva avvicinati non era andato perso, ma distribuito nel tempo. Quando se ne andò, il giardino non era più un luogo di attesa, ma di possibilità future. E le radici, silenziose, continuavano a ricordare. **Perché le radici, anche quando gli alberi crescono in direzioni diverse, non dimenticano mai cosa significa essere stati intrecciati.** ---

Personaggi: Compagnopardo

Capitolo 4

IIl tempo delle slide e dei fantasmi leggeri
Tont aveva imparato a misurare le sue giornate in slide. Non più assemblee, non più corridoi d'Ateneo attraversati con il passo nervoso di chi sente che ogni minuto è politico. Ora il tempo era scandito da call, revisioni, file con nomi lunghissimi e cartelle ordinate con una precisione quasi religiosa. La scrivania era diventata il suo nuovo campo di battaglia: doppio schermo, tazza di caffè sempre tiepida, una lista infinita di task che si rigenerava ogni mattina come un mostro educato. Faceva il consulente in Deloitte, e lo faceva bene. Era puntuale, affidabile, lucido. Sapeva analizzare, sintetizzare, proporre. Ma dentro quella efficienza c'era una monotonia che non faceva rumore, e proprio per questo pesava. La sera, quando chiudeva il portatile aziendale, ne apriva un altro: quello della tesi triennale. Capitoli da rifinire, citazioni da sistemare, bibliografia da allineare. Scriveva con disciplina, quasi con ostinazione, come se ogni paragrafo fosse un gradino verso qualcosa che non riusciva più a definire. La sua vita sembrava una linea retta. Ordinata. Pulita. Prevedibile. Finché, un pomeriggio qualunque, una sua amica gli disse con un sorriso che sapeva di congiura: *«Devi conoscere una persona. Si chiama Hello.»* **Hello.** Il nome gli rimase in testa per giorni, come un saluto sospeso che non si decide a diventare conversazione. Non sapeva nulla di lei, se non che era *"giusta"*. Un aggettivo semplice, ma pronunciato con quella sicurezza che non ammette repliche. La prima uscita avvenne in un pub, di quelli con le luci basse e il rumore di fondo che protegge le timidezze. Non erano soli: un'altra coppia sedeva al loro fianco, come se il destino avesse deciso di rendere tutto più leggero, meno esposto. Le parole scambiate furono poche. Troppo poche, forse. Frasi brevi, domande interrotte dal frastuono, sorrisi che arrivavano prima delle risposte. Ma nell'aria c'era qualcosa che non aveva bisogno di sintassi. Una tensione lieve, quasi elettrica, c

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IILa scena della laurea
Il giorno si avvicinava come una prima teatrale. L'11 marzo non era semplicemente una data. Era un sipario che lentamente si sollevava dopo anni di prove, errori, notti lunghe e battaglie combattute in aule che avevano visto passare più sogni che lezioni. Tont lo sentiva. Ogni giorno che passava, il calendario sembrava scandire un conto alla rovescia silenzioso. La tesi era ormai compiuta. Le ultime frasi limate con quella precisione quasi ossessiva che appartiene a chi sa che le parole, quando vengono consegnate al mondo, smettono di appartenerti. Il giorno della discussione arrivò con la stessa solennità con cui arrivano gli eventi che si aspettano troppo a lungo. Il cielo sembrava indifferente, l'aria quella di sempre, eppure per Tont ogni passo verso l'Ateneo aveva il peso di un atto scenico. Il corridoio davanti all'aula era una platea invisibile. Compagni, amici, volti familiari. Alcuni parlavano, altri ridevano. Ma lui sentiva solo il battito regolare del proprio cuore. Quando entrò, l'aula gli parve improvvisamente più grande. Il tavolo della commissione era come il palco di un tribunale antico. I professori sfogliavano carte con la calma di chi ha visto centinaia di storie passare davanti a sé. Tont iniziò a parlare. All'inizio la voce era prudente, come un attore che testa l'acustica della sala. Poi, frase dopo frase, il discorso prese ritmo. Le slide scorrevano, le idee si incastravano una dentro l'altra come ingranaggi. Non era più solo una discussione. Era il racconto di un percorso. Quando finì, ci fu un breve silenzio. Uno di quei silenzi che sembrano dilatarsi oltre il tempo necessario. Poi le domande. Alcune tecniche, altre curiose, altre ancora quasi benevole. Tont rispose con lucidità. Non con arroganza, ma con quella sicurezza tranquilla di chi sa dove sta mettendo i piedi. La commissione si ritirò. Quei minuti di attesa furono più lunghi di anni interi. Il corridoio fuori dall'aula era diventato un limbo. Tont camminava avanti e ind

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IIIIl nido che si spezza e il salto
Le settimane scorrevano con una leggerezza nuova. Non era felicità piena, non ancora. Era qualcosa di più sottile, ma costante. Una presenza che non faceva rumore e proprio per questo durava. Tont e Hello continuavano a vedersi. Sempre più spesso. Sempre meno per caso. All'inizio erano uscite condivise, protette dalla presenza degli altri, come se il mondo attorno servisse a contenere qualcosa che da soli non erano ancora pronti a gestire. Poi, lentamente, qualcosa cambiò. Non nella forma — uscivano ancora in gruppo — ma nella sostanza. I loro sguardi si cercavano prima degli altri. Le conversazioni, anche quando collettive, trovavano sempre un modo per tornare tra loro due. Le distanze si accorciavano senza dichiararlo. Camminavano insieme come fanno le coppie che non hanno ancora deciso di esserlo, ma che hanno già smesso di essere due estranei. Tont lo sentiva. Non c'era stato un momento preciso. Nessuna dichiarazione, nessuna svolta netta. Ma ormai, tra loro, c'era una continuità. Una familiarità che non si improvvisa. E mentre quella linea prendeva forma, un'altra, alle sue spalle, cominciava a cedere. Il nido non era più lo stesso. Un tempo era un intreccio perfetto di rami diversi, costruito con materiali portati da lontano, da alberi differenti, da storie che non si somigliavano. Ogni ramo sosteneva l'altro. Ogni movimento era condiviso. Era caldo. Vivo. Unito. Ora, invece, il nido scricchiolava. Non per un crollo improvviso. Non per una tempesta. Ma per una lenta separazione. I rami, uno dopo l'altro, avevano iniziato a piegarsi verso l'esterno. Non si spezzavano, ma smettevano di toccarsi. Cercavano un proprio equilibrio, una propria direzione. Non più un centro comune, ma tanti piccoli centri isolati. Gli uccelli che un tempo volavano insieme, ora tracciavano rotte diverse. Ognuno seguiva il proprio cielo. Le voci, prima corali, si erano fatte frammentate. I richiami non trovavano più risposta immediata. E nel mezzo, dove prima sedeva ch

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